“Habibi”: la collettiva che racconta Gaza

Vernissage il 20 novembre al Palazzetto dell’Arte di Foggia – in esposizione fino al 29 novembre.

Habibi”, che in arabo significa Amore mio, è la collettiva che evoca affetto, vicinanza e umanità. Una mostra che riunisce ventuno artisti — ADMA, Katia Berlantini, Ida Carlone, Anto- nio Delli Carri, Cleonice Di Muro, Esther Favilla, Rosanna Giampaolo, Daria Kirpach, Pino Lauria, Nunzio Lobasso, Salvatore Lovaglio, Veronica Lovati, Nelli Maffia, Mcahny, Angelo Pantaleo, Chicca Ricciardi, Concetta Russo, Lorenzo Tomacelli, Daniela Tzekova e Unplatonic — per raccontare Gaza. Uno sguardo plurale sulle esperienze di perdita, resistenza e speranza. Storie, sogni e vite dietro il conflitto.

Il titolo diventa un riconoscimento di ciò che ci lega — o dovrebbe legarci — come umanità: un ponte tra il dolore e l’amore, tra la distruzione e ciò che ancora può unirci. “Habibi” è una ferita, ma soprattutto un atto di speranza: la speranza che la memoria si trasformi in resistenza.

Il conflitto mediorientale viene raccontato come ferita ancora viva, e l’arte a servizio di questo racconto.

L’inaugurazione

La mostra, promossa dallo spazio culturale Creo — Arte, ricerca e sperimentazione e curata da Angelo Pantaleo, si è aperta con un momento di commozione dedicato alla memoria di Cesare Sangalli, figura di riferimento per Amnesty Puglia e storico promotore dei diritti umani.

Antonio Amarena, ha ricordato come Amnesty, fondata nel 1961, continui a operare attraverso campagne di sensibilizzazione, sottolineando la forza dell’arte come strumento capace di comunicare in modo immediato e profondamente emotivo.

Le istituzioni

Presente anche Giulio De Santis, assessore alla legalità, a testimonianza del sostegno della città alla cultura e dell’importanza di mantenere alta l’attenzione su temi così delicati.
De Santis ha ricordato che la data dell’inaugurazione coincide con l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti del Bambino, denunciando le oltre 65.000 vittime in una terra — la Palestina — più piccola della stessa Capitanata.
Ha inoltre richiamato la necessità di un’informazione corretta e rispettosa, e di una unanime “Habibi”: un appello a non distogliere lo sguardo.

La critica

Nella sua lettura critica, l’architetto e docente di storia dell’arte Gianfranco Piemontese ha sottolineato come il conflitto non abbia solo devastato una terra, ma lasciato cicatrici profonde nelle vite dei sopravvissuti.
Oltre alle migliaia di vittime, sono state distrutte scuole e istituti, negando la possibilità di sviluppare pensiero e conoscenza.
Negare l’istruzione, l’arte e la cultura — ha evidenziato — è un atto doppiamente disumano. “Habibi” diventa così un tentativo di restituire voce a chi ha subito dolore e la violazione dei propri diritti.

Le opere

Attraverso pittura, scultura, fotografia, installazione e videoarte, la collettiva scuote le coscienze con grande sensibilità.

Di forte impatto il tappeto rosso con la scritta “Human Rights” posto all’ingresso da Unplatonic, street artist anonimo noto per l’uso di simboli pop e fumettistici per diffondere un messaggio di amore universale. Le sue opere, visibili su molti muri italiani — in particolare a Napoli — sono “manifestazioni concrete” e non platoniche, come suggerisce il nome, contro stereotipi e pregiudizi: il suo MAKE LOVE diventa un invito a superare tensioni e intolleranze. 

Le opere ricordano errori infiniti dell’uomo come formula assoluta, ma interrogano anche sulla possibilità di nuove formule: forse l’amore?

Delle fibeart preparate anche in oltre un anno di lavoro, che restituiscono sensazioni di movimento e trasformazione.
Un’opera imponente al centro della sala che denuncia la tragedia umana, ma al contempo celebra l’amore per la vita e la bellezza che resiste, pronta a prendere il volo nonostante tutto.

Tante opere, dense di energia emotiva, confermano l’arte come linguaggio universale capace di raccontare ciò che le parole spesso non riescono ad esprimere.

Memoria, bellezza, resistenza

“Habibi” offre un percorso di memoria condivisa, in cui la bellezza e l’umanità sopravvivono all’orrore della guerra.

I movimenti morbidi e profondi di due danzatrici, di Teatro Danza di Silvano Valente, hanno trasformato il corpo in linguaggio: hanno restituito, attraverso la grazia, la fragilità, la resistenza, il dolore e quella speranza ostinata che continua a muoversi anche quando tutto sembra fermarsi.

L’opera di  Angelo Pantaleo

Immagina di entrare in una stanza silenziosa, 

dove l’aria stessa sembra trattenere il fiato.


Al centro, distesa su un tappeto, una figura umana. 

Non si vede il volto, 

solo il profilo tenue di una presenza, 

coperta da un semplice lenzuolo bianco. 

Un bianco che non illumina, ma pesa.

Il tessuto su un uomo e un paesaggio devastato, il tappeto.

Per un istante ti sembra di guardare non un solo corpo, 

ma tutti i corpi che la guerra ha cancellato. 

Ogni piega del lenzuolo è una vita interrotta; 

una storia che non sapremo mai raccontare.

Non ci sono colori, non ci sono rumori: 

solo questo silenzio assoluto, 

che parla più forte di qualunque grido.


Avvicinandoti, 

scopri che il lenzuolo non copre solo una persona: 

copre la tua impotenza, 

la nostra collettiva incapacità 

di proteggere gli innocenti. 

Ed è proprio questa assenza di volto, 

di voce e di nome 

che rende l’opera insopportabilmente umana.

La figura non si muove, 

ma sembra respirare attraverso di te. 

Ti costringe a fermarti, 

a guardare, 

a sentire

 il peso di ciò che abbiamo perso.


E quando esci dalla stanza,

porti con te la sensazione che sotto quel lenzuolo 

ci sia ancora una domanda sospesa:
“Quanto vale una vita?”