“Monte di Pietà” è il progetto ideato dall’artista svizzero Christoph Büchel, presentato duran- te i giorni di apertura della Biennale di Venezia negli spazi di Ca’ Corner della Regina – sede veneziana di Fondazione Prada – visitabile fino al 24 settembre.
Basandosi sulla storia stratificata del palazzo settecentesco, sede del Monte di Pietà di Venezia dal 1834 al 1969 e dal 2011 spazio permanente della Fondazione, l’artista ha co- struito una vera e propria realtà alternativa che confonde e disorienta, trascinandoci in una dimensione onirica dove progressivamente si perde ogni contatto con il mondo “esterno”. All’interno degli spazi della Fondazione, ci si sente estranei e pervasi da un senso di smar- rimento che inizia ancor prima di entrare nel palazzo.








Attraverso una stratificazione studiata, colma di riferimenti che si sviluppano dal piano terra, al mezzanino, fino al piano nobile del palazzo, Büchel mette in scena un’indagine basata sul concetto di debito come radice della società e come veicolo primario con cui è sempre stato esercitato il potere. Un’analisi tra espansione e accumulazione, che include anche una fero- ce e sottile critica al sistema dell’arte e all’attribuzione di un valore simbolico ed economico a beni e oggetti. In questo senso, la città di Venezia appare come una perfetta incarnazione di questo meccanismo, essendo uno storico crocevia di scambi commerciali e artistici. “Fuori tutto” e “Liquidazione totale” sono stati i manifesti apparsi sulla facciata del palazzo nei primi giorni di apertura della mostra, prefigurando l’intenzione dell’artista di riprendere l’aspetto originale del Monte di Pietà Veneziano, con un banco dei pegni, un bazaar in falli- mento, “chiuso fino a data da destinarsi”.

Un passo alla volta, l’artista ci attrae nei mondi dell’inconscio, in un’atmosfera imprevedi- bile dove ogni angolo disorienta e dove siamo costretti ad abbandonare le nostre abitudini percettive, prestando attenzione ad ogni movimento a causa di un senso di pericolo diffuso ottenuto grazie allo spaesamento, innescato fin dall’esterno del palazzo.
“Monte di Pietà” diventa un’esperienza perturbante e sconvolgente, proprio perché ribalta la nostra percezione.
Nella penombra, o accecati da luci abbaglianti, tra la polvere e le muffe, Büchel ci chiede di addentrarci in uno spazio che, anche se con paura e inquietudine, desideriamo scoprire. In questa insaziabilità di accumulo, in cui si perde il senso dello spazio e del tempo, il suono gioca un ruolo fondamentale: jingle, colonne sonore di videogiochi, il rumore delle ventole e dei ventilatori, ma anche voci in diverse lingue che escono dai monitor e dai televisori parlan- do di soldi, scambio, perdite e guadagni. E ovunque, riferimenti alla società dello spettacolo in cui tutto è vendibile e monetizzabile, uno spazio dove è permesso anche lucrare e scom- mette sui conflitti. Büchel ci porta all’interno di spazi pubblici e domestici: da una stanza dei gamer dove troviamo monitor aperti su alcuni videogame famosi da un lato e una personale versione dell’artista dell’Ultima Cena con i resti di cibo in decomposizione dall’altro; ad un salottino a luci rosse, fino al casinò, fino alle postazioni per il monitoraggio dell’andamento di una criptovaluta appositamente coniata per l’occasione, chiamata ironicamente Schei, uno spazio dove la tecnologia ospita webcam in diretta su alcuni hotspot del territorio ucraino e scenari di guerra. Lo stesso processo con cui il mondo digitale consuma ricchezza per la creazione di nuovo valore viene imitato dall’artista, che abitualmente distrugge e trasforma tutte le sue opere in diamanti sintetici realizzati in laboratorio, con l’opera The Diamond Ma- ker (2020-) – protagonista del piano nobile del palazzo – l’artista ci ricorda che mentre il resto deperisce, solo i diamanti sono per sempre.

In ogni spazio tornano come oggetti totem stampelle, sedie a rotelle, protesi, a ricordare questa condizione di fragilità, di violenza, di essere complici col male che accade nel mon- do, delle guerre dettate dal denaro e dal potere. Questi oggetti riescono a risvegliare in noi la paura, gli incubi, le tragedie e il nostro sentirci in qualche modo colpevoli. Gli oggetti sono come vecchi corpi che hanno cercato di resistere al tempo e in questo estremamente simili a noi. Cyclette, asciugamani sporchi, vecchie lenzuola e coperte, stufette…tutti oggetti raccolti che potrebbero essere semplici oggetti, ma che non lo sono, perché gli oggetti veicolano sempre un messaggio e una funzione. Büchel ci fa entrare in un posto da cui vorremmo scappare, dove tutto confina con l’inquietante. Tutto in questo spazio sembra essere stato abitato, vissuto, eppure è abbandonato, come se ce ne appropriassimo in maniera indebita. Gli effetti personali si scambiano con i capolavori: troviamo accanto a montagne di ogget- ti dismessi una lavagna di Joseph Beuys; e ancora, una serie di Merda d’artista di Piero Manzoni tra la bigiotteria, un Tiziano e addirittura un piccolo bozzetto di Giacomo Balla, dal titolo esplicito: Fallimento (1902), un’opera capolavoro senza tempo che raffigura la porta di una bottega abbandonata in Via Veneto a Roma, imbrattata di scarabocchi e contornata da cartacce gettate in terra, simbolo della tragedia sociale, che suscitò grande scalpore per l’audacia del soggetto rappresentato.
All’interno di questa mostra c’è tutto ciò che non vorresti buttare via, dove la mancanza e l’abbandono sono ovunque: moltissimi post it che ci ricordano di fare qualcosa di urgente o di contattare qualcuno e cartelli che sottolineano un’assenza: “scusate”, “torno subito”; “non toccare nulla”.

La moltitudine di oggetti di varia natura: dipinti, quaderni, vestiti, trucchi, libri, armi, elettro- domestici. E ancora giocattoli, tappeti, bilance, monete, francobolli, orologi, lettere… rap- presentano simboli del tempo, dello scambio, del commercio, dell’attesa e delle relazioni col mondo. I banconi, all’ultimo piano che suddividono lo spazio giocano un ruolo predomi- nante, libri di scacchi, scacchiere, storie personali che creano una storia collettiva… tutto è accatastato. È come se tutti questi oggetti desiderino che qualcuno gli desse nuova vita. In una stanza, adibita a deposito, sembra che da un momento all’altro questi oggetti possa- no schiacciarci.
Uscendo, si ripassa da dove si è entrati. Prima la cattedra del tribunale, su cui cade la luce della serenissima, simile all’altare di una chiesa, poi le brande per gli sfollati. Pezzi di computer distrutti. Il Banco Alimentare svuotato e abbandonato che ricorda il lockdown. Una cassaforte sventrata. Raccoglitori per l’acqua. Un carrello della spesa. Tapparelle. Un confessionale. Una cantina piena, un articolo di giornale che parla di femminicidio. Büchel ci avvolge con tutto ciò che vorremmo evitare e nascondere.
Tuttavia, questa immersione ci apre gli occhi; quando finalmente riemergiamo, continuiamo a guardare il mondo con la stessa attenzione e cura, spinti da un inarrestabile desiderio di sopravvivenza.
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